Il Primavera Sound ha presentato il cartellone completo della sua prossima edizione attraverso una misteriosa applicazione per cellulari che si è rivelata essere un videogioco, attraverso il quale sono state […]



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Mostri il tuo spirito

irto di lame. È duro acciaio

brunito al fuoco di molte battaglie.



Con gli sguardi crudeli abbatti

le mie difese.



La ferocia della tua voce

sovrasta i miei pianti.



Ma non ti accorgi che al petto

stringo il tuo caldo tenero cuore.



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versi di Ago





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Il tenente Dellastiara era seduto nel suo ufficio. Quello che fino a pochi giorni fa era il suo pensatoio ora era devastato da uno strano ordine che non gli apparteneva. Con i piedi sulla scrivania sgombra e il frusto cappello alla Humphrey Bogart sulle ventitré, Manlio tentava di dare un senso agli avvenimenti recenti, che avevano non poco sconvolto la sua vita. Non ultimo, doveva ripescare il suo amico Endi da quel mare di guai in cui rischiava di annegare.


Il suo metodo in quel momento consisteva nell'attesa che un'idea o l'agente Rambaldi entrassero dalla porta, chi nell’ufficio, chi nella sua testa, per fare un po' di luce in quella che ormai poteva definirsi "un’oscura vicenda".

Visto che nessuno dei due si faceva avanti, Dellastiara tolse i piedi dal tavolo e li sostituì con una cartina della città in cui si accinse diligentemente a segnare i luoghi in cui erano stati fatti i ritrovamenti dei corpi uccisi dal suo nemico. Non sapendo come chiamarlo, Manlio lo definiva semplicemente "Lui", rilegandolo ancora in un limbo indefinito.

Il banco non era sufficiente ad accogliere il disegno di quell'antica città, per cui Manlio procedette a rimuovere dall'unica parete sgombra da scaffali la foto del Presidente, per appendervi la piantina. Roba che né CSI nemmanco altri telefilm visti in tivvu!

Finora erano stati ritrovati dodici corpi. Le persone non avevano legami tra loro, non erano dello stesso sesso, non appartenevano allo stesso gruppo etnico, né alla stessa religione. Non erano nemmeno tutti della stessa nazionalità. In parole povere non c'erano legami apparenti che le unissero. La mancanza di collegamenti era l’unico collegamento.

Dellastiara tentò di figurarsi uno schema geometrico ma i vari tentativi risultarono essere ammassi di linee incoerenti, pronti a essere lì per significare qualcosa, fino a che un'altra linea o un punto lasciato fuori dallo disegno non faceva crollare tutto lo schema.

L'unica area della città priva di delitti attribuibili alla Sua mano era quella intorno alla sua casa. Sembrava che la città fosse stata stuprata in lungo e in largo dell'assassino, tranne che per alcune decine di metri attorno alla sua abitazione.

Questo lo inquietò non poco.

Diverse cose lo avevano inquietato negli ultimi giorni, a dire il vero. L'ombra che aveva parlato con la voce del capitano Donati e che si era presentata alla morte di Sergio. L'incontro con Endi e poi le spiegazioni di Kriss e del Menestrello. Il mondo di Manlio stava sgretolandosi. Le poche certezze che finora aveva ritenute incrollabili, stavano rovinando con una velocità impressionante.

Proprio in quel momento di oscure paure e temibili incertezze un tonfo sordo si udì alla porta. Il pannello venne aperto dell'agente Rambaldi, che con l'altra mano reggeva un foglio, massaggiando si il naso.

Quante volte ti ho detto che si apre la porta prima di passare? Disse Dellastiara irritato.

Mi scusi tenente, ecco le sue ricerche tenente. Strano! Disse Rambaldi tendendo lo stampato verso Manlio che glielo strappò di mano. In quel momento si ricordò che gli Inca furono sorpresi e spaventati quando si accorsero che le file di strane formiche disegnate sui fogli dagli spagnoli erano portatrici di significati. Manlio si augurò che Rambaldi come i Conquistadores non stesse portando con se anche la distruzione...

Le poche righe riportavano quanto segue:

Manlio: dal latino mane, del mattino, nome dato anticamente ai bambini nati di buon mattino.

Dellastiara: nessun altro riscontro nel Paese. L'unico a portare quel cognome è il tenente. Il significato è l'unione della preposizione articolata “della” nel significato di appartenenza o provenienza, con la parola Stiara, che in alcune regioni meridionali significa strega. Il significato sembrerebbe essere: appartenente alla strega.

Manlio Dellastiara sollevò gli occhi dal foglio e li fissò in quelli di Rambaldi, che tremò.

C’è qualcosa la fuori Rambaldi, disse Dellastiara, che per qualche motivo vuole me, lo capisci?

L’agente mossi il capo in segno di assenso.

Qualcosa Rambaldi, non qualcuno, continuò. Qualcosa di oscuro e terribile, che si sta insinuando nella mia vita ma che in realtà è sempre rimasto lì sulla soglia, come se mi spiasse. Ho sempre avvertito questa strana presenza, che ora si è materializzata e ha cominciato ad uccidere. Temo che non abbia ancora finito.

Rambaldi senza volerlo sollevò un sopracciglio, in quella tipica espressione d’incredulità che accompagna sempre le rivelazioni più scottanti e difficili da comprendere.

Non mi credi? Chiese Manlio. Allora guarda questa cartina. Vedi che non c’è una coerenza? Non ci sono motivazioni evidenti, non ci sono schemi né disegni.

Il caos domina, aggiunse il tenente più a se stesso che a Rambaldi, il quale colse quel tono come una sorta di congedo. Aprì lentamente la porta dell’ufficio e mise fuori il primo piede.

Il caos domina, ma in qualche modo si coglie un movimento. Una sorta di vortice, disse Manlio tenendosi il mento con pollice e indice.

Rambaldi mise l’altro piede in corridoio e si dileguò.

Non un vortice ma un uragano di sangue. So dov’è Endi! Concluse alzando gli occhi dalla cartina senza trovare conforto in quelli dell’agente, che aveva lasciato al suo posto solo la porta socchiusa.

Merda! Disse Dellastiara prendendo dal cassetto la pistola e un sorso di whiskey.



Merda! Ripeté uscendo.



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un racconto breve noir di Ago





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Apre gli occhi ma non vede nulla, solo un torbido buio che gli danza sulle iridi cieche. Lieve è il rumore dell’umidità che trasuda dalle pietre della sua prigione, formando rivoli di salnitro lungo i muri. Il freddo alle mani è diventato insostenibile. Tenta di portarle alla bocca per alitare sulle dita inerti un soffio vitale. Novello Dio - Adamo michelangiolesco. Qualcosa le blocca. Odore di ruggine.



Le mani sono strette da catene di vecchio ferro. L’umidità le ha corrose rendendole ruvide e rugginose. Rossastre agli occhi della memoria.

Altri odori prendono il sopravvento, dopo che il sanguigno profumo dell’ossido si posa. Pietra, umidità, urina. Acre paura che si mescola al pelo dei topi e quella dolciastra eco di putrefazione. Bozzoli enormi di enormi ragni, acquattati nel buio. Attesa.

Non sa da quanto tempo si trovi lì. Ore che passano come ere. Lente. Interminabili. Bave lumacose di minuti disciolti dalla pioggia del nulla. Non succede niente. Sembra che mai niente sia successo. Il terrore cancella i ricordi della vita prima di quell’incubo oscuro. Un gorgo torvo risucchia colori, forme , suoni.

L’improvviso rumore lo coglie impreparato. Urlo dei cardini lentamente smossi e boato di una porta non lontana che sbatte spalancandosi. Qualcuno si sta avvicinando.

I passi lenti sono accompagnati da un fruscio, un raschiare leggero, come se dita o griffe stessero accarezzando le pareti di quella prigione sconosciuta. Nessuna luce gli svela chi sia il suo carceriere. Egli si muove nel buio, come se fosse naturale. Un pipistrello assetato di sangue.

Il chiavistello del suo cubicolo è spostato. Anche questa porta è sbattuta. L’uomo nero è venuto a prenderlo accompagnato dal puzzo infame dell’Averno.

Si dibatte ma le catene glielo impediscono. Il rumore provocato dagli anelli è dissonante come l’urlo di mille voci in agonia, mentre la sua rimane prigioniera nella gola riarsa da secoli di sete insoddisfatta.

Qualcosa lo afferra. Si sente svenire. In un oblio oscuro i rumori della ruggine che si sgretola, delle catene che cadono a terra, di passi e parole aliene pronunciate di una voce ultraterrena si sovrappongono. Alla fine il lume di uno zolfanello lo abbaglia. Una sola candela è sufficiente a strappargli un gemito di dolore, per gli occhi feriti d’improvviso.

In quello che sembra essere il pavimento di un sotterraneo di mattoni e pietre è disegnato un elaborato schema. Una stella a cinque punte accerchiata da simboli misteriosi. L’uomo dietro di lui lo spinge al centro del disegno. Lo spinge a terra contr le pietre fredde sulla pelle nuda.

Un odore sovverchiante lo stordisce al punto di impedirgli qualsiasi reazione. È come in un sogno in cui sembra che tutto stia accadendo ad un altro, seppur una scintilla di coscienza terrorizzata sa che è tutto reale. E sta accadendo a lui.

L’uomo accende lentamente delle candele nere poste attorno al pentacolo, poi si siede in un preciso angolo della stanza ed inizia una cantilena dai suoni bizzarri. Prosegue per istanti che sembrano interminabili. Sembra non smettere mai.

Si alza l’uomo e si avvicina estraendo qualcosa da quello che sembra essere un mantello nero.



Quando la luce si riflette sulla fredda superficie di una lama, Endi capisce che la sua fine è vicina.



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un racconto breve noir di Ago





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Mai ti sollevi

nemmeno di un millimetro

dal fango

in cui sguazzi.

Mentre io coi piedi ben piantati

in terra

ho la testa persa

tra le nuvole.


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Versi di Ago



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